Milano -
Un uomo entra in scena raccontando al pubblico i propri fallimenti.
Senza volerlo, parlando e cantando, con le sue cronache così profondamente e tragicamente comiche, inventa una morale che evidenzia bisogni e desideri di una società oramai in mutande e oltretutto sporche.
Parla con ironia del mondo di cui fa parte. Racconta di un paese fondato sul reality, di individui che hanno rapporti virtuali, avatar superiori a loro stessi che li rappresentano non solo nel mondo online, ma anche nella vita reale; di uomini e donne che esprimono al meglio le loro emozioni con le faccine nei messaggi su WhatsApp.
Che si dice di VA PENSIERO CHE IO ANCORA TI COPRO LE SPALLE
“C’è un tale in abito e camicia scura, giacca con paillettes che si racconta al pubblico, sogna di diventare un grande artista,finisce sempre per ripiegare nell’Italia di oggi, che offre più cicatrici che sogni e dolcezze. Và pensiero che io ancora ti copro le spalle è il secondo capitolo scritto da Giuseppe Vincenzi di una trilogia di e con Dario D e Luca, attore di Scena Verticale, il centro culturale calabrese, dove lavora anche Saverio La Ruina e che organizza a Castrovillari il festival Primavera Di Teatri. Alternando canzoni e racconti col tastierista Paolo Chiaia che fa da simpatica spalla, De Luca prosegue con originalità e personalità nel solco del teatro-canzone di Gaber fatto di stacchi cabaret e musica è un “io” narrante che oscilla, beffardo e demenziale, tra dubbi irrisolti e crisi di nervi.”
Anna Bandettini, La Repubblica, 04/01/2015
“Lo avevamo lasciato, nell’estate del 2002, sulle note di Guarda che luna di Buscaglione rimixato come colonna sonora di un funerale di paese, un po’ profondo sud un po’ New Orleans. Ma Morir sì giovane e in andropausa era solo il primo capitolo di una trilogia, la Trilogia del fallimento, di cui ora Dario De Luca interpreta la seconda parte. Il “giovane” disoccupato tardo trentenne è cresciuto, ma disoccupato è rimasto. Perché, ora che è tra i 40 e i 50, i veri trentenni gli hanno fregato il posto. Una generazione saltata, la sua, in un’Italia dove le parole contano poco e il pensiero nulla. Con Giorgio Gaber nume tutelare, De Luca, da vero one-man-show si impadronisce in scena dei testi di Giuseppe Vincenzi e si palesa, buffo e frizzante come un cartoon (fa pensare alla Linea di Cavandoli), a raccontare i fallimenti di una generazione, non solo disoccupata o precaria nel lavoro, ma anche nelle relazioni sociali. Si sente inadeguato a un mondo governato da WhatsApp, tutto faccine e niente parole, con Facebook a mettere in piazza un privato tanto insulso che l’internauta depresso perché non batte chiodo, neanche virtuale, alla fine si impicca. È ironico, leggero, ma anche amaro e sferzante, suggerisce un teatro-canzone garbatamente politico dalla prospettiva “privilegiata” di una calabresità che ti pone quasi in automatico ai confini dell’impero. Senza piangersi addosso, però. Ma se, nel primo capitolo, il presente “teneva” perché raccontato con spunti e riflessioni oramai quasi universali, in questo caso l’aggancio con l’attualità e con fenomeni di costume, che nascono e muoiono in un batter di ciglia, si rivela a tratti sdrucciolevole, dall’invecchiamento molto rapido. Un aggiustamento drammaturgico è necessario (così come l’eliminazione di qualche finale di troppo) o nella direzione di un aggiornamento costante dei contenuti o in quella di un’astrazione capace di puntare più al surreale che alla cronaca. Ma la materia prima c’è, ed è di buona qualità.”
Claudia Cannella, Hystrio, n.3 2014
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