Milano -
La Trilogia del Fallimento pensata da De Luca/Vincenzi rientra in quel solco profondo scavato dal teatro-canzone inventato da Giorgio Gaber e Sandro Luporini, dal quale prende le rispettose ma dovute distanze e prova a trovare una sua personale cifra stilistica, convinti, oggi più che mai, che il “genere” possa avere ancora tanto da dire con modalità nuove e nuovi autori. Le canzoni sono graffianti, beffarde, sarcastiche, surreali, politiche; potrebbero ricordare quel filone italico della canzone umoristica che va da quella napoletana fino a Lauzi, Iannacci, Arbore, Benigni e Papaleo. I monologhi ironici, leggeri, amari, riflessivi, sono o lunghi prologhi alle canzoni o la continuazione di ragionamenti iniziati con il testo della canzone precedente.
Perché usare il genere teatro-canzone per questa trilogia? Perché è tra i generi più fallimentari della storia della musica e del teatro, avendo avuto un’unica coppia di autori, giganti assoluti, ma unici e soli.
La Trilogia del Fallimento è un progetto di teatro politico perché si occupa dell’Italia di oggi: di precarietà e lavoro, quello che non c’è; di giovani senza futuro in una società gerontocratica; di illusioni e disillusioni politiche; di fobie che accompagnano il nostro vivere quotidiano nel XXI secolo. Racconta di un paese fondato sul reality, di una collettività che comunica solo tramite social network, di individui che hanno rapporti virtuali. Si concede riflessioni filosofiche e si interroga, dissacrandoli, sui grandi dubbi del pianeta. Il tutto guardato dal nostro punto di osservazione “privilegiato” e “originale” che è la Calabria.
Ci piace l’idea di poter stare su un palco, con la solita urgenza che contraddistingue il teatro di Scena Verticale, usando, per la prima volta, lo strumento canzone, un po’ di leggerezza e una sana e feroce (auto)ironia, insieme alla musica che, come ha detto qualcuno: “mescola in modo originale sonorità funky, swing, jazz, rythm n’blues e rock n’roll”.
I titoli dei tre spettacoli hanno l’incipit di tre grandi arie e cori della produzione operistica di Verdi: La Traviata (atto III, scena VII), Nabucco (atto III, scena IV), Rigoletto (atto II, scena I).
Vogliamo usare il teatro-canzone come il melodramma che godeva del favore del pubblico e suscitava un grande interesse sia nelle persone semplici che negli intellettuali e negli aristocratici. Il melodramma ieri e il teatro-canzone oggi sono generi che consideriamo popolari, nel significato più alto della parola, nella misura in cui si parla al fruitore in un linguaggio che egli può comprendere immediatamente.
Avere Verdi come nume tutelare che mai si rinchiuse in un’arte d’élite, distante dai problemi della realtà e della sua epoca, ma che anzi sentiva forte la necessità di intraprendere un dialogo con il presente e con l’attualità storica. In una lettera indirizzata al podestà di Busseto datata 1859, Giuseppe Verdi parlando dell’Italia scriveva: “[…]Chi sente scorrere nelle proprie vene sangue italiano deve volerla fortemente, costantemente; così sorgerà anche per noi il giorno in cui potrem dire di appartenere ad una grande e nobile nazione“. Se, come disse il Presidente Ciampi, l’Italia divenne una sola nazione grazie anche a Verdi e alla forza del suo linguaggio musicale, chissà cosa penserebbe e scriverebbe lui oggi della tanto amata Italia che ha contribuito a fondare.
Dario De Luca
DISCLAIMER: Questo articolo è stato emesso da Teatro Filodrammatici ed è stato inizialmente pubblicato su www.teatrofilodrammatici.eu. L'emittente è il solo responsabile delle informazioni in esso contenute.









