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Martedì 18 Gennaio 2022
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Il dilemma dei compiti a casa

Milano - bambino con matita per blogPartendo da un articolo pubblicato dal Corriere della Sera qualche giorno fa a firma Gianna Fregonara, abbiamo chiesto a due docenti delle nostre scuole, Marcello Bramati (liceo Argonne) e Laura Stagni (primaria Monforte) cosa ne pensano dei compiti a casa da assegnare agli studenti.

Questo l’articolo del Corriere.

Forse non tutti i genitori se ne sono accorti o ne hanno consapevolezza, specie dopo le otto di sera quando sono chini sui libri di testo dei figli, ma in dieci anni i compiti sono diminuiti. In media in Italia ogni settimana i quindicenni studiavano a casa 10 ore e mezza alla settimana, due ore e sei minuti al giorno, sabato e domenica esclusi. Oggi le ore dedicate ai compiti sono nove, in media. Il triplo di quelle dei ragazzi finlandesi, che vantano un sistema scolastico di prim’ordine, e dei coreani che per i compiti non usano più di tre ore alla settimana. Nove ore sono comunque troppe, si legge nella relazione che accompagna i dati elaborati dall’Ocse-Pisa 2012 e presentati ieri dall’organismo di Parigi che ha analizzato i dati di oltre cinquecentomila studenti in tutto il mondo.
Troppe, perché «i dati raccolti in questi anni evidenziano che dopo quattro ore di compiti alla settimana, il tempo ulteriore investito nello studio ha un impatto trascurabile sui risultati scolastici». Insomma, a sentire gli esperti, dati alla mano, i compiti andrebbero dimezzati. Eppure sfogliando il rapporto si scopre che in Italia, a conforto di studenti e genitori, i ragazzi che fanno più compiti a casa vanno meglio a scuola: hanno risultati superiori di 15 punti nella scala Ocse.
Cioè i compiti alla fine servono. Non a sanare i buchi e le mancanze del sistema scolastico – il nostro nonostante sia migliorato negli anni non è certo tra i più efficienti – né a sostituire un insegnante poco preparato o una scuola mal organizzata. Spiega Francesca Borgonovi, analista dell’Ocse-Pisa e consulente del Miur: «I dati di questa rilevazione dimostrano che la qualità dell’offerta formativa, l’organizzazione del sistema scolastico e la preparazione degli insegnanti sono molto più importanti della quantità di compiti che vengono assegnati a casa nel determinare la preparazione accademica dei ragazzi». Insomma, tanti compiti non fanno un buon sistema scolastico.
Ma l’abitudine di affidare ai compiti una parte della formazione dei ragazzi crea anche un altro non secondario problema: nei compiti sono migliori i ragazzi dei licei e in generale quelli che appartengono a famiglie «socioeconomicamente avvantaggiate», in altre parole, affidare l’apprendimento ai compiti è discriminatorio e aumenta la disparità tra ricchi e poveri, chi ha meno possibilità fa in media meno compiti e ha risultati peggiori.
La soluzione potrebbe essere abolirli? È vero che la tendenza a diminuirli è forte e proprio all’inizio di quest’anno – dopo che l’ex ministro Maria Chiara Carrozza aveva invitato ad andare nei musei o a leggere un libro nelle vacanze di Natale -, è rispuntata una circolare ministeriale del 1969 (protocollo 4600) mai abolita che aveva per oggetto il divieto di dare compiti nel week end, allora definito «il riposo festivo degli alunni». In Francia Hollande aveva proposto di eliminarli, e ora sul tavolo del ministro Giannini c’è una lettera aperta di un’insegnante che chiede per queste vacanze di abolirli, lasciando riposare i ragazzi. 
 
Marcello Bramati - liceo Argonne
“La scuola può insegnare moltissimo: senza pensare al piano delle virtù, per semplicità, ci si può limitare ad individuare due campi irrinunciabili, quello delle conoscenze e quello delle competenze. Tra le competenze principali, si individua con chiarezza quella dell’organizzazione del proprio tempo, da mettere a punto nei pomeriggi, insieme all’organizzazione del proprio lavoro, che non può trovare altra collocazione se non nei tempi di non scuola.
Il discorso è molto lungo, ma in breve si può affermare che la scuola ‘funziona’ se insegna a spendere bene il tempo che separa una mattina dall’altra.
A scuola si deve fare scuola bene, e non è certo semplice, ma senza un tempo dedicato alla scuola al di là delle mura, allora sarà troppo facile relegare a quelle quattro mura cultura, organizzazione, richieste e metodi.
La scuola serve per essere più colti e più consapevoli di sè al di fuori di essa, altrimenti è possibile, e facile, trovarsi di meglio da fare.
Non è semplice fare scuola, non è semplice essere studenti, non è semplice fare i genitori: tutti avvertiti! Tocca a noi.”
Laura Stagni – primaria Monforte
“Il compito a casa non deve essere il “prolungamento” degli esercizi che si eseguono a scuola , bensí un breve e mirato rinforzo PERSONALE. Ciò permetterà al bambino la riflessione sugli obiettivi nuovi che devono essere compresi individualmente e un riscontro per l’insegnante che deve capire se l’alunno ha raggiunto nuove competenze.  Ecco perché il genitore non dovrebbe intervenire nella compilazione del compito stesso, proprio per fare in modo che, sia il bambino sia l’insegnante siano in grado di capire se gli obiettivi nuovi sono stati compresi e raggiunti. Un altro discorso vale per lo studio delle materie orali che se, ben impostato a scuola con l’insegnante, a casa deve essere un momento di rielaborazione personale e di esercitazione di verbalizzazione dei contenuti.”

DISCLAIMER: Questo articolo è stato emesso da Faes Milano ed è stato inizialmente pubblicato su www.faesmilano.it. L'emittente è il solo responsabile delle informazioni in esso contenute.

[Fonte: Milano OnLine]

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